Impiattamento, packaging e altre cose quasi natalizie

Questo è un post di Natale. Ma non ha né il cappello da babbo natale, né le renne. O tanto meno l’albero con le palline. Oggi non è il 24 dicembre e nemmeno il 25 e, a dirla tutta, avrei potuto scrivere questo pezzo il 15 di luglio.

Possiamo riconoscere il Natale anche senza le caratteristiche che ci hanno insegnato a distinguerlo? O meglio: qualcuno ha mai visto Una poltrona per due ad agosto?
Ancora una volta, la modernità è stata maestra di pressappochismo, e ci ha consegnato un mondo ben impacchettato che non fosse troppo difficile da digerire. Noi da buoni allievi ci siamo tenuti questa semplificazione, abbandonando ogni ombra di spirito critico in ossequio alla nuova e diffusa arte del packaging.

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Ross nelle vesti de “l’armadillo di Natale”, in una celebre puntata di Friends

Per carità, non sarò certo io a negare l’importanza di un buon contenitore come specchio  della qualità di ciò che porta con sé. Il primo sguardo si dà sempre all’involucro, e per questo è bene preoccuparsene a dovere. Il problema è che questo primo sguardo, più spesso, è diventato anche l’unico. Il meccanismo è semplice: se ogni giorno ci vengono proposte migliaia di verità preconfezionate, chi avrà il tempo di spacchettarle una a una per analizzarne il contenuto? Più facile, piuttosto, affidarsi a una prima impressione sommaria. E con quella sentirsi detentori di un segreto nascosto ai più.

Infatti è per questo che mia nonna non sa più cucinare. Brutto, lo so. È successo gradualmente; ma come tutte le cose, c’è stato un attimo in cui ci siamo guardati indietro e ci è sembrato quasi ovvio, come se fosse sempre stato così. Parlavo con un tale, scandendo retorica e frasi fatte per tirare fino alla fine della conversazione.

Lui: "E quindi ci vai spesso da tua nonna eh?"
Io: "Quando posso, sempre. Che poi ogni volta torno con 
 2 o 3 kili in  più. Sai com'è: mia nonna cucina da dio".
Lui: "Eh sì, certo. Ma tua nonna come impiatta?"

Prova a impiattarla tu, la parmigiana per 30 persone.

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Mentre scrivevo ho scoperto che esiste già. Nonna non guardare!

Quest’ultima cosa non gliel’ho detta poi, ma la chiacchiera mi è servita ad afferrare una grande verità del nostro tempo: l’impiattamento è tutto. Masterchef e i suoi cugini hanno rovinato la reputazione di mia nonna, speriamo solo che le porzioni non ne risentano. Soffro già invece per quei nipoti che, nel giro di qualche generazione, si ritroveranno una parmigiana di melanzane destrutturata su di un piatto molto bianco (va di moda bianco).
D’altra parte, cresceranno in un mondo in cui le portate si giudicano dal divano attraverso la televisione. L’impiattamento è più di metà del gusto. Nel video che ho linkato sopra (e che ribadisco qua), un fintissimo Carlo Cracco mortifica un giovane impartendogli quella che forse lo chef stellato considera una lezione di vita: “Se non cresci che cacchio impari? Che hai fallito anche qua?”

Ma chi ha impiattato Carlo Cracco in questo modo? È evidente che lui non sia quella figurina che mima a fatica la parte del cattivone: più facile che risulti semplicemente molto maleducato. Ma non è neanche quello che prova a fare il simpatico nelle interviste, né tantomeno il grande chef che nelle pubblicità consiglia – serissimo! – le patatine in busta. Com’è Cracco, allora, fuori da questo packaging? Saremmo disposti ad accettarlo?

Come al solito ho divagato. Sto solo cercando di parlare del Natale, evocandolo al di fuori dei luoghi comuni che ne accompagnano la narrazione. Si può. Per esempio riferendosi a Santa Lucia. Anche per lei si può fare a meno dei cliché:

+ “Ma guardi che la faccio vedere io”
– “È arrivata Santa Lucia”

In questa scena geniale di Scusate il ritardol’attore comico – fratello del protagonista –ritira un premio e saluta la platea con un “sono contento, arrivederci e grazie”. Dal pubblico un signore s’indigna perché, in quanto attore, “Poteva almeno fare una battutina”. Lascio al video la risposta di Troisi, e mi tengo la riflessione a cui volevo arrivare: siamo così abituati a giudicare soltanto l’involucro che ci viene propinato, che non solo attribuiamo le stesse caratteristiche anche a quello che ci sta dentro, ma ci dimentichiamo persino che possa essere diverso.

È un atto estremo di pigrizia e superficialità. Potrete dire di averlo in minima parte superato, se la prossima volta che vi si presenterà un piatto bello acchittato – a tavola o in foto – invece di dire “che buono”, saprete limitarvi a un “che bello”. Se la prossima volta che sentirete parlare di Santa Lucia vi verrà in mente Troisi prima della festività. Se, in definitiva, avrete il coraggio di cercare in streaming Una poltrona per due a ferragosto. Per vedere fino in fondo l’effetto che fa.

 

Questo pezzo è dedicato a Federico Cella, motore immobile di questo blog.
Da giornalista e pragmatico viscerale, bada tanto al contenuto senza dimenticare ciò che serve davvero per sopravvivere: presentarlo in una forma degna. Flemmatico più di tutti.

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