Tutto questo (NON) bisogno di farsi un blog

Se leggerete bene questo articolo, scoprirete che non vi è alcun motivo per leggerlo. Non solo: ve lo sconsiglio caldamente. Io che lo sto scrivendo.

Se doveste arrivare alla fine trovandovi d’accordo con quanto ho scritto, vorrete indietro i 5 minuti del vostro tempo che avete investito in questa attività a fondo perduto. Se invece non foste in sintonia con quel che avrò detto, allora fate parte delle categorie di persone che si beccano un sacco di insulti nel corso del pezzo. E prendersi insulti non è mai bello, soprattutto da sconosciuti che sputano giudizi di dubbia consistenza (perché, certo, mi leggono anche persone che non mi conoscono. Come no).

So bene che dirvi di non proseguire nella lettura, se già siete arrivati fin qui, è il modo migliore per invogliarvi a farlo. Ma apprezzerò davvero il coraggio di chi chiuderà adesso la pagina web: voi farete qualcosa di più edificante e io avrò comunque la vostra visualizzazione sul sito, cioè 3mila€ in più sul conto: funziona esattamente così.

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Andate a leggervi un bel libro!

Definiamo blog. Wikipedia, non io quindi, dice “un particolare tipo di sito web in cui i contenuti vengono visualizzati in forma anticronologica”. Treccani precisa che si tratta di “un diario elettronico”. Parrebbe la spiegazione più calzante, dal momento che la stessa parola “blog” è una contrazione di “web log”, appunto “diario in rete”. E il logbook è il cosiddetto giornale/diario di bordo concepito per viaggi su imbarcazioni e simili. La ripresa terminologica nel linguaggio della rete è dovuta (e questa è una mia modestissima e quindi insindacabile opinione, dato che siamo sul mio blog) all’amore del web per le metafore inerenti alla navigazione.

Bene. Prima di tutto questo, però, i diari nascevano con intenti opposti, semmai, alla divulgazione. La riservatezza ne era prerogativa fondante, nei casi più estremi si usavano lucchetti per custodirli e vi si scriveva in codice. Il valore di un diario si stabiliva a posteriori. Vederne uno pubblicato poteva significare due cose: avere tra le mani pezzi inconsapevoli di grande letteratura, anche quando non revisionati e non pensati per un pubblico; essere davanti a testimonianze di prima mano di eventi storici enormi.

Come si sia passati dallo Zibaldone di Leopardi e dal diario di Anna Frank alle insalate bionde è un mistero che certamente non potrà chiarirvi chi vi sta scrivendo da un blog (come ho già spiegato altrove, sono stato costretto) e che lascio volentieri alle vostre coscienze. Tuttavia mi preme di sottolineare come tutti questi diari online nascano sempre dalla propria approvazione ai propri contenuti, e prima ancora che questi vengano messi nero su bianco: comunque la si veda, è il trionfo dell’egocentrismo.
Alla libertà di espressione si è ormai sostituita una nuovissima anarchia d’opinione, in cui tutti si sentono detentori di verità assolute in virtù del solo fatto di stare al mondo. È la Notte dei giudizi, ma questa dura per sempre.

Voltaire-ditoHo scoperto da poco che quella frase che recita, più o meno, “non sono d’accordo con quello che dici, ma morirei affinché tu possa dirlo” non è mai stata pronunciata da Voltaire. È in realtà di una certa Evelyn Beatrice, che l’ha inserita ambiguamente in alcuni dei suoi saggi sul pensatore francese. Sono contento allora di non andare contro il grande filosofo di Candido, se ricordo che la libertà altrui finisce quando venga lesa la mia (altra bella frasetta di cui si abusa volentieri). E tutta questa strafottenza generale, così largamente diffusa e assillante, ormai troppo difficile da evitare, soffoca non poco la mia libertà. Di fare e pensare ad altro, di non indignarmi e innervosirmi.
Quindi, più spesso, io non sono d’accordo con te. E morirei affinché tu metta tutto ciò che pensi nel tuo diarietto e lo tenga riservato. Ben lucchettato sotto al cuscino.

Scrivo in termini così assoluti per dimostrarvi una cosa: io sicuramente non ho ragione, ma in questo spazio non ho un contraddittorio. Se qualcuno commenta cose che non mi piacciono, posso cancellarle. Se qualcuno porta dati in contrasto con la mia tesi io posso, in questa piattaforma informale, dire “sono fake news create ad arte”. Posso bloccare, bannare, selezionare le dichiarazioni di chi mi si fa contro solo nelle parti più vulnerabili per smontarle senza contesto.
Nel mio spazio sono il re, ed è anche questa importanza e visibilità fittizia che inebria le menti. In questo futuro, il quarto d’ora di celebrità di warholiana memoria (pure questa è messa in dubbio da qualcuno) si misura in megabyte al secondo, e dura finché durano i trasferimenti dati delle connessioni internet.

È un modello di autoapprovazione e protagonismo, quello del blog, che si estende molto oltre i confini del web. Ed è un paradigma comportamentale assai in voga in questa modernità che tanto mi tormenta. C’è un bisogno costante e infantile di affermare la propria esistenza, di ricordarla a se stessi passando dalla fotocamera esterna a quella frontale. Siamo di fronte a una nuova era evoluzionistica.

 

Affermazione esistenza
L’homo selfiens, che non sa di sapere fino a che non si vede nello schermo

L’homo sapiens, oltre alla manipolazione della realtà a lui circostante e alla posizione eretta, ha guadagnato il sapere: è un animale sociale, comunica, organizza. L’homo sapiens sapiens, quello moderno, ha raggiunto la capacità di ragionare su se stesso e finalmente sa di sapere. Ma abbiamo fatto di meglio. Immersi in una quantità sconfinata di distrazioni, abbiamo perso nozione di noi stessi: così, per necessità, siamo diventati Homo selfiens. L’essere umano che, in una vita impegnatissima e soffocante, si scorda di esistere; e ogni qual volta se ne ricordi sente il bisogno di farlo sapere a tutti*. Digito, ergo sum.

Ora capite. E se avete letto bene questo articolo, avete scoperto che non vi era alcun motivo per leggerlo.

 

*(come sto facendo io con questo blog)

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