IL PUNK NON VUOLE ESSERE PUNK

Mi sono appropriato di questo spazio. L’ho occupato e non intendo scusarmi per quanto scriverò, che piaccia o meno a voi lettori. Ma se alla fine di queste righe sarete in collera con me, bene, avrò raggiunto il mio scopo. Sono solito parlare di musica, lo faccio spesso qui, e non intendo tradire la mia vocazione.
Vi chiederete: ma cosa vuoi, e perché ci stai dicendo questo? Perché, solo per ora, questo spazio è mio, e voglio poter dire ciò che voglio. Questo è punk come atteggiamento? Non lo so, lo spero. Vedremo.

30 Novembre, anno stellare 2018. Ho visto l’UNESCO riconoscere il reggae come patrimonio dell’umanità, e un rapper da talent show profanare i Led Zeppelin. Questo potrebbe essere sufficiente a giustificare la mia irascibilità, ma tralasciamo le mie fisse da purista che puzzano di stantio. Vorrei spostare la vostra preziosa attenzione su altro. Sul punk.
Anzi, più precisamente, su “Punk“.

Punk è il titolo, volutamente (si spera) provocatorio, del nuovo album di Gazzelle.
Non sprecherò il vostro indice d’attenzione per parlare del suono melenso e ripetitivo che queste tracce sviolinano per 30 (interminabili) minuti.
E invece l’ho fatto. La questione che invece mi irrita e che voglio vomitarvi addosso è l’enorme ipocrisia concettuale alla base del voler creare uno stereotipo di un atteggiamento che viene definito come punk.

Per onestà intellettuale, e per il delirio di onnipotenza che mi scaturisce il poter formulare una buona antitesi, addentriamoci nella nostra analisi partendo dalle parole del diretto interessato, Flavio Pardini, ai più noto come Gazzelle. 

“Chiamare il disco Punk è un atto punk. Perché è un disco punk, nel senso che segue regole sue”

Che siate grandi estimatori del genere, o che nel vostro immaginario la parola punk si fermi ai crestoni colorati non è importante. Sappiate che nel buco più nero dell’inferno terreno, c’è un Jonny Rotten che sta bestemmiando contro di voi con il medio alzato.
Il punk, dagli inizi fino al giorno della sua morte (ma Punk’s not dead, tenetelo sempre in mente), non ha mai accettato una categorizzazione. Il punk stesso nasce dal desiderio anarchico e liberatorio di sfuggire a qualsiasi stereotipo. Il punk non è rozzo, sporco, caotico e strafottente. Non è un rutto in pubblico né uno sputo per terra. Il punk è impeto, è il desiderio più profondo che ti viene da dentro, esternato in maniera immediata e violenta, al di fuori del pudore, della vergogna. Il punk è rosso sangue in un mondo che vuole vivere in scala di grigi.
LONDON CALLING -THE CLASHIl punk è Sex Pistols, The Clash, Billie Joe Armstrong. Il punk è God save the queen, anche se la Regina è deficiente. Il punk è spaccare la chitarra a fine concerto, ma dietro al palco, per rabbia e non per fame di spettacolo. E incazzarti se quel tuo gesto viene fotografato e diventa una delle immagini più iconiche della storia del genere. Il punk è rovesciare un bidone dell’immondizia con un calcio, e dire al mondo “ora voi non fatelo, perché sareste solo degli squallidi imitatori“. Il punk non è un genere musicale. Non è Wivienne Westwood. Non è Chaostage. Il punk è il desiderio di essere sempre fuori da qualcosa, al limite del tutto, anche della stessa categoria del punk.

Ma cosa vuoi, e perché ci stai dicendo questo? La domanda si ripete. Voglio sputarvi addosso la mia rabbia per qualcosa che si dichiara punk. Il punk non si dichiara punk. Il punk rifiuta il punk. E dopo questo pezzo, il mio vero obiettivo è farvi odiare lo stesso termine punk. Anche solo per averlo letto così tante volte.

Se questo è avvenuto, la mia collera può dirsi placata. La mia bile è scesa, ed io, ringraziando per questo spazio, spero di avervi inculcato in mente il concetto che gli stereotipi,  l’auto-proclamazione, ed il punk,  sono tutto al di fuori che PUNK.

 

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2 risposte a "IL PUNK NON VUOLE ESSERE PUNK"

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